The Loneliest Planet

Pubblicato il 20 Feb 2013 in Thriller


TheLoneliestPlanetUna coppia di trentenni americani, Alex e Nica apparentemente affiatati e amanti del turismo alternativo low budget (da cui la sottile ironia del titolo del film che si riferisce alla Bibbia di questo tipo di viaggiatori, le pubblicazioni “Lonely Planet – Travel Survival Kit”), compie un trekking nella regione montuosa della ex Repubblica sovietica della Georgia. Questo hiking trip estivo dovrebbe essere una vacanza che precede di pochi mesi il loro matrimonio. Pur essendo orgogliosi della loro abilità di cavarsela sempre, ingaggiano una guida locale: il quarantenne Dato (interpretato da un non attore che, nella vita reale, lavora proprio come guida). L’uomo, esperto e di poche parole, cerca di illustrare loro i dettagli dei luoghi, selvaggi e quasi disabitati, che percorrono per ore ed ore su sentieri scoscesi, tra altopiani verdissimi, superando fiumi e cascate. È un paesaggio affascinante, ma vagamente soffocante e quasi minaccioso. I due giovani sembrano abituati alla condizione di backpackers e alle mete insolite, e, attraverso i loro dialoghi e atteggiamenti, dimostrano i tratti tipici dei turisti modaioli, piuttosto superficiali e troppo fiduciosi in sé stessi e nel loro abituale sodalizio. Si intrattengono a vicenda raccontandosi facezie e scambiandosi battute, più sciocche che argute. Ad un certo punto un gesto istintivo di codardia di Alex, rettificato prontamente, crea sconcerto e risentimento in Nica. Da quel momento si apre una progressiva lacerazione nel rapporto tra i due fidanzati. Continuano la marcia in silenzio, mentre Dato osserva ogni loro mossa, diventando testimone del sordo rancore della donna e del loro disagio reciproco.
Il secondo feature film della quarantenne Julia Loktev (regista e videoartista di origini russe, cresciuta e formatasi negli USA) è un adattamento del racconto breve “Expensive Trips Nowhere”, di Tom Bissell. È un’opera minimalista, piuttosto pretenziosa e, solo a tratti, intrigante. La narrazione molto lenta punta su una dinamica languida, con sequenze in real time. Al tempo stesso cerca di creare una tensione drammatica ossessionante, attraverso una strategia eccessiva di falsi indizi di accadimenti esterni che poi non si verificano, pause e false ripartenze e ingannevoli interrelazioni tra i tre protagonisti. Anche la sequenza chiave, a metà del film, è costruita goffamente e risulta poco efficace in relazione alle conseguenze che dovrebbero nascerne. La successiva silenziosa “sequela di avvenimenti” appare basata più su un fragile espediente di scrittura che su una scelta organica di sviluppo narrativo.
Lokte sembra ripercorrere le orme di Kelly Reichardt, ma il suo approccio risulta troppo narcisistica ed estetizzante e lascia emergere un maldestro tentativo di caratterizzazione psicologica dei personaggi. A tutto ciò si aggiunge la recitazione poco spontanea, e, a tratti, fastidiosa, di Bernal e Furstenberg, diretti con eccessiva condiscendenza. L’aspetto più convincente del film riguarda la scelta della Lokte, e del suo direttore della fotografia e operatore Inti Briones, di non mostrare mai la cima delle montagne, offrendo solo fugaci e limitati scorci del cielo, per accentuare il senso di oppressione dato dalle locations…

 

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